L’amianto è un materiale utilizzato in enormi quantità nei secoli scorsi, ma per i suoi effetti dannosi sulla salute umana, nel 1992 è stato dichiarato fuori legge nel nostro Paese e a partire dal 1993 ne è stata vietata l’importazione, l’estrazione, la lavorazione e la commercializzazione.

Siamo nel 2015, dunque sono trascorsi oltre vent’anni, eppure sono ancora presenti tonnellate di questo materiale nell’ambiente.

Il termine “amianto” deriva dal greco amiantos: incorruttibile e viene utilizzato per indicare la forma fibrosa di alcuni minerali, che in passato sono stati sfruttati commercialmente per le loro peculiari caratteristiche chimico-fisiche. Chiamato anche “asbesto”, l’amianto è virtualmente indistruttibile, in quanto resiste al fuoco ed al calore, agli agenti chimici e biologici, all’abrasione e all’usura. E’ tanto flessibile che può essere filato o tessuto, e tuttavia ha un’elevatissima resistenza alla trazione. Ha capacità fonoassorbenti ed è un buon isolante elettrico. I minerali si presentano sotto forma di fibre allungate, ne esistono diversi tipi, fra cui i più utilizzati nel tempo sono stati:

  • Crisotilo (dal greco “fibra d’oro”);
  • Crocidolite (dal greco “fiocco di lana”);
  • Amosite (derivante dall’acronimo di “Asbestos Mines of South Africa”.

In particolare le fibre di crisotilo sono centinaia di volte più sottili di un capello, ed essendo così sottili e invisibili ad occhio nudo, si disperdono con estrema facilità nell’ambiente sotto forma di polvere venendo inalate senza problemi e condotte nei polmoni.

Nel corso del tempo questo materiale ha avuto diversi utilizzi: i Romani lo usavano per le cremazioni e per formare il lucignolo delle lampade votive; gli alchimisti lo chiamavano “lana di salamandra”, per la sua resistenza al fuoco. Alla fine dell’800, Era del vapore, veniva utilizzato per l’elevata resistenza al calore, al vapore e alla pressione per le guarnizioni, tessuti e materiali di coibentazione.

Nel 1912 due ingegneri italiani misero a punto la prima macchina produttrice di cemento-amianto e già negli anni ’60 si trovavano in commercio oltre 3.000 prodotti contenenti amianto: edilizia, navi, vagoni ferroviari, guarnizioni di ricambio per motori, tubi per acquedotti e fognature, canne fumarie, serbatoi per l’acqua, freni per auto, guanti di protezione, tessuti ignifughi, corde e schermi.

Nonostante ci fossero sospetti sulla sua cancerogenicità già nel 1930, comprovati successivamente da studi scientifici, solo nel 1992 con la legge n. 257 è stata regolamentata per la prima volta qualsiasi attività di commercializzazione, utilizzo e smaltimento sul territorio nazionale. Nello stesso anno è stata istituita la Commissione nazionale amianto insediata presso il Ministero della Salute, con lo scopo di svolgere attività di ricerca sul trattamento dell’amianto in fase di bonifica e di redigere documenti-guida sulla valutazione, il contenimento e l’eliminazione di materiali contenenti asbesto.

In Italia è stata stimata attualmente una presenza di coperture in fibrocemento pari  a 32 milioni di tonnellate, che con il tempo e l’azione usurante degli agenti atmosferici, tendono a sfaldarsi in microparticelle inalabili. La popolazione esposta è di circa sei milioni e secondo l’Istituto Superiore di Sanità nelle zone contaminate si registrano casi di tumore quattro volte maggiori rispetto alla media nazionale, con un picco di mortalità per mesotelioma pleurico previsto nel 2025.

Le aree a rischio si possono bonificare mediante incapsulamento, confinamento e rimozione, volgendosi a ditte specializzate e certificate. La rimozione è sicuramente la procedura che assicura l’eliminazione del problema, va eseguita bagnando la superficie per evitare che le fibre liberate si disperdano nell’ambiente. Una volta rimossa, va immediatamente imballata e sigillata per lo smaltimento.

Purtroppo i costi per liberarsi da questo temuto nemico sono ancora ingenti e per incentivarne l’eliminazione, nella Legge di Stabilità 2015 varata dal nostro governo, è stata confermata la detrazione fiscale del 50% per le spese di ristrutturazione edilizia e bonifica amianto, sostenute fino al 31 dicembre 2015.

A seguito dei casi di Casale Monferrato, dell’ILVA di Taranto e dei tanti operai dei cantieri navali della Fincantieri di Genova, tutti siti in cui si è registrato un tasso di mortalità impressionante  per cancro al polmone, mesotelioma e asbestosi, sono stati presi dei provvedimenti a  livello di prestazioni pensionistiche e benefici previdenziali, per cui i lavoratori che sono stati esposti all’amianto per un periodo superiore a dieci anni, a concentrazioni superiori ai limiti di legge e attualmente in mobilità, possono accedere alla pensione anticipata avendo ottenuto però il relativo riconoscimento da parte di un giudice; possono ottenere dunque la maggiorazione del riconoscimento ai fini pensionistici, così come previsto prima della riforma del 2003.

Il fatto più allarmante e grave però è che in un’ottica di miglioramento e risoluzione del problema a livello nazionale, secondo una denuncia fatta dall’Osservatorio nazionale sull’amianto (Ona) alla commissione Lavoro del Senato, l’Italia sembrerebbe continuare ad importare amianto. Appresa la notizia dell’indagine conoscitiva del pm Raffaele Guariniello della Procura della Repubblica di Torino in ordine alla problematica amianto spesso presente nei prodotti di importazione dall’India e dalla Cina, l’Ona ha depositato agli atti in commissione “un documento che dimostra come agli enti ufficiali dello Stato indiano risulti importazione di amianto in Italia”, spiega la onlus.

“L’Ona ritiene che il problema amianto non possa essere affrontato solo con misure giudiziarie e previdenziali – si legge in una nota della onlus- anche perché le prime sono inefficaci in termini di tutela della salute, le seconde altrettanto e per di più tutte dispendiose, e anzi, l’economia in corso determinerà nei prossimi decenni un aumento esponenziale di spesa pubblica per la previdenza e l’assistenza, anche sanitaria.

Nonostante questo materiale sia messo al bando in oltre 50 nazioni, è ancora molto attiva la sua produzione e l’uso in particolare in Paesi come la Russia, che ne è il primo produttore, seguito da Cina, Kazakhistan, Brasile, Canada, Colombia e Zimbabwe e numerosi altri Paesi in via di sviluppo e poveri. Anche negli Stati Uniti d’America, nonostante il suo utilizzo sia fortemente diminuito rispetto ai decenni passati, l’amianto non è proibito.

La Cina in assoluto è il maggiore consumatore di amianto, oltre che massiccio produttore: si stima siano in funzione circa una trentina di miniere di asbesto, con una produzione di centinaia di migliaia di tonnellate l’anno e più di un milione di lavoratori che lo trattano quotidianamente.

Il Brasile attualmente rappresenta l’”Eldorado” dell’amianto, ove dal 1960 ad oggi si è passati da un consumo di circa 27.000 a 185.000 tonnellate. In Colombia invece c’è stato un andamento sinusoidale nei consumi nel tempo, con aumento intorno al 1985, un successivo decremento e un nuovo aumento dal 2009. In Cile, Argentina, Uruguay e Onduras è stato messo al bando, mentre in Brasile non c’è una normativa nazionale, per cui solo negli ultimi anni sono state adottate delle proibizioni in alcuni stati tra i quali quello di San Paolo e Rio de Janeiro.

Le aziende del luogo si difendono asserendo che il loro amianto non fa male, è crisotilo ed è diverso da quello italiano. Naturalmente queste affermazioni sono state smentite da studi scientifici, ma intanto decine di migliaia di brasiliani si ammalano di mesotelioma da amianto e molte altre malattie correlate.

In India i lavoratori, spesso donne, non godono di tutele e maneggiano senza alcuna protezione le micidiali fibre di crisotilo, andando incontro ad una sicura malattia. L’International Ban Asbestos Secretariat (IBAS) si batte per la messa al bando dell’amianto in tutto il mondo e nel 2008 ha pubblicato un report intitolato “India’s Asbestos Time Bomb”, in cui si stima nei prossimi anni una crescita vertiginosa delle malattie polmonari. L’amianto è una vera e propria bomba a orologeria anche in altri Paesi come Pakistan, Thailandia e Vietnam, ove spesso le piccole cave di estrazione sono disperse sul territorio e spesso sono adiacenti ai centri abitati.

La speranza per i prossimi anni è che gli interessi economici possano pesare meno rispetto alle vite umane; il mondo ha bisogno di persone che lavorano per poter andare avanti, per cui è importantissimo tutelarne la salute.

Di amianto si muore, possiamo chiamarlo come vogliamo, crisotilo, crocidolite, amosite, eternit, ma il risultato è sempre lo stesso: può ucciderti.